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Primo Piano, economia: effetto shock sul petrolio: il barile vola del 14%

Niente sarà più come prima. L’attacco che ha dimezzato la produzione di petrolio dell’Arabia Saudita ha messo a nudo la vulnerabilità di un pilastro del sistema energetico mondiale: nonostante la trionfale ascesa dello shale oil americano, il gigante del Golfo Persico è tuttora l’unico Paese con una consistente capacità estrattiva di riserva, una prerogativa che (fino a ieri) gli consentiva di agire come la banca centrale del petrolio, fornendo in tempi brevi barili extra in caso di emergenze. Per restare nella metafora, ora è proprio la banca centrale ad essere a corto di liquidità. Si spiega così – oltre che con l’allarme rosso per le tensioni geopolitiche – la reazione senza precedenti sul mercato del petrolio: dopo gli eventi del fine settimana, che di colpo hanno spazzato via quasi il 6% della produzione mondiale di greggio, il Brent è balzato del 20% all’apertura dei mercati sfiorando 72 dollari al barile. L’impennata del prezzo del petrolio non è una buona notizia. Porta cattiva inflazione, ulteriore incertezza e contribuisce al rallentamento dell’economia globale. noltre complica non poco il quadro e le leve d’azione di politica economica. Non è chiaro in che tempi l’Aramco sarà in grado di tornare ai precedenti livelli di produzione. Ma anche se i tempi dovessero essere relativamente brevi (così purtroppo non sembra dalle ultime notizie), l’attacco di questo week end rivela quanto siamo in una fase di forte instabilità del rido economico e politico. L’inflazione indotta dai prezzi dell’energia non è buona. Soprattutto perché qui è dovuta a uno shock che porta a una riduzione drastica dell’offerta di petrolio, non a un rafforzamento della domanda aggregata. E certo non aiuta la Banca centrale europe a raggiungere il suo obiettivo di inflazione, anzi. Come è noto, questo è portare l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (che include i prodotti energetici) vicino al 2%. Ma la Bce fa spesso una distinzione tra quella che definisce inflazione core e quella dovuta alla volatilità dei prezzi delle materie prime, che includono prodotti energetici e beni alimentari primari. Il greggio saudita si dirige per il 70% in Cina e in Asia, e in Cina peraltro la produzione industriale ha registrato i primi cali. Gli Stati Uniti, grandi consumatori, sono ormai diventati uno dei maggiori esportatori, addirittura il primo lo scorso giugno. L’Europa, da parte sua, ha storicamente limitato la dipendenza diretta da petrolio. Dei loo milioni di barili consumati al mondo ogni giorno, ormai meno del 30% va nei trasporti. Se nel 1973 il greggio contribuiva a soddisfare i tre quarti della domanda di energia in Italia, oggi si è a meno di un terzo. Il prezzo di benzina e gasolio, inoltre, da noi è per più della metà composto da accise. E rispetto al passato i prezzi del gas naturale da cui l’Italia dipende pesantemente per industrie e riscaldamento sono ormai sganciati da quelli del greggio.

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