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Primo Piano, economia: manovra economica italiana e le conseguenze in Europa

Tria guida una sorta di governo ombra, che limitandosi a usare un po’ di sano buon senso riesce a neutralizzare le mattane populiste del governo ufficiale. Era già successo a dicembre dell’anno scorso con la legge di bilancio: i gemelli del deficit Salvini e Di Maio, con lo scolapasta in testa e le spade di legno, issarono posticci cavalli di Frisia sulla linea del Piave di un deficit al 2,4 per cento del Pil, salvo poi dover ripiegare su un più severo 2,04 per cento. Risuccede oggi con la procedura d’infrazione: i due Don Chisciotte promettono sfracelli all’Europa morente dei tecnocrati, finalmente giustiziata dal tribunale dei popoli sovranisti, salvo poi dover subire il pugno dell’asse franco-tedesco nel risiko delle nomine Ue e lo schiaffo di una manovra-bis da 8,2 miliardi nella trattativa con la Commissione. Bentornati nel mondo reale, viene da ripetere ai due vicepremier, malati da un inguaribile velleitarismo. A Roma Salvini e Di Maio provano sistematicamente a sfasciare la tela che Tria tesse faticosamente a Bruxelles. Lo aiuta Mattarella, che stavolta ha messo una pesantissima “fideiussione istituzionale” e personale sul bilancio dello Stato, dicendo a Vienna «non vedo ragioni per aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia». La retorica gialloverde racconta storie agiografiche, soprattutto di un’Italia che non si piega all’Europa sul fronte delle scelte politiche, ma la realtà è ben diversa. Alla guida della commissione va la tedesca Ursula von der Leyen, che non è proprio una colomba, e alla Bce la pragmatica Christine Lagarde. Nella futura spartizione degli incaricihi che contano il nostro governo punta ad avere un commissario con un ruolo influente sul fronte dell’economia, ma in realtà salgono le quotazioni dell’ortodossa danese Margrethe Vestager, simbolo della continuità tra la commissione uscente e quella entrante. E al Parlamento europeo va David Sassoli, spinto dal gruppo socialista. Difficile definire l’esito finale diversamente da una débâcle, soprattutto se paragonato ai roboanti e minacciosi proclami della campagna elettorale. Roma poi esulta per aver evitato la minacciata procedura di infrazione sul debito. Ma dimentica di dire che ha dovuto mettere in campo una correzione strutturale del deficit pari a 8,2 miliardi, accantonando quindi risorse che potevano essere usate per la crescita. E ha dovuto sottoscrivere impegni per ridurre ancora il disavanzo nel 2020, promettendo tagli e misure che possano sterilizzare l’aumento dell’Iva, come previsto dalle clausole di salvaguardia. C’è poco da cantare vittoria insomma: la realtà è che davanti alle obiezioni di Bruxelles l’Italia ha sì evitato la gogna, ma lo ha fatto accettando una manovra correttiva adesso e impegnandosi a fare di più per l’anno successivo.

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