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Primo Piano, politica estera: Brexit

Alla fine, dopo quasi tre estenuanti anni dopo il referendum sulla Brexit, il Regno Unito ha ceduto. Si va a Bruxelles a chiedere il rinvio, perché uscire dall’Ue il 29 marzo non è più possibile. O forse sì, ma solo nella maniera più brutale (il No Deal, senza accordo), se nei prossimi giorni dovesse andare tutto a rotoli con l’Europa. Intanto, per sicurezza, il Parlamento britannico ieri ha votato una mozione della premier Theresa May per cui Londra chiederà a Bruxelles dai 3 ai 9 mesi di rinvio della Brexit. L’estensione breve verrà invocata se May riuscirà nel miracolo di far passare il suo accordo prima di giovedì prossimo (quando ci sarà un delicatissimo consiglio europeo) e in quel caso l’Ue l’accorderebbe senza problemi. Ma se May cadrà perla terza volta alla Camera, allora la premier chiederà un’estensione più lunga, fino a 9 mesi. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha aperto esplicitamente all’ipotesi di estendere i negoziati per la Brexit oltre il 29 marzo. Finora tutti si erano trincerati dietro il diplomatico «prima ce lo devono chiedere i britannici». Tusk invece ha fatto il primo passo. Doppio. Non solo ha detto che i leader devono essere «aperti» a una proroga, ma ha anche specificato che questa potrebbe essere «lunga». Si tratta di una presa di posizione che potenzialmente rischia di incrinare il fronte dei 27, finora granitico su questo dossier. I leader non hanno mai discusso della questione e molti di loro restano contrari all’ipotesi del rinvio lungo per una serie di ragioni.

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