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Primo Piano, politica estera: Brexit, divorzio verso il rinvio

Il Parlamento di Westminster non vuole uscire dall’Unione Europea senza un accordo. A poco più di due settimane dalla data prevista di Brexit, l’opzione “no deal” è stata respinta ieri sera con 278 voti contrari e 321 voti a favore. Il prossimo passo ora è la richiesta formale del Governo alla Ue di rinviare Brexit, che verrà decisa oggi, come ha confermato Theresa May dopo il voto. Il testo della mozione originale del Governo era «il Parlamento non approva Brexit il 29 marzo senza un accordo di recesso o un’intesa quadro sui rapporti futuri, ma nota che no deal resta la conseguenza a meno che Gran Bretagna e Unione Europea ratifichino un’intesa». Il testo voluto dalla May era quindi volutamente ambiguo per non escludere la possibilità di un “no deal” in futuro. Per questo il Parlamento è andato oltre: i deputati hanno votato a favore di un emendamento proposto da deputati conservatori e laburisti, che respinge tout court l’idea di un’uscita senza accordo. L’emendamento non è vincolante, ma invia un chiaro messaggio sulla determinazione del Parlamento di evitare il “compromesso Malthouse”, che chiedeva un rinvio di Brexit fino al 22 maggio per dare tempo alle parti a prepararsi a un’uscita senza accordo e un lungo periodo di transizione per negoziare i rapporti futuri. Sul voto di ieri sera una portavoce della Commissione europea ha notato che non è sufficiente escludere una uscita senza accordo: «È necessario approvare un accordo di recesso. Abbiamo approvato un accordo con la premier Theresa May e siamo pronti a firmarlo». Secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, diplomatici dei Ventisette hanno tenuto ieri una discussione nella quale hanno analizzato le varie opzioni sul tavolo. Ormai queste sono ridotte a due. Il Regno Unito può chiedere una proroga del periodo di due anni tra la data di notifica dell’uscita e l’uscita vera e propria, così come stabilito dall’articolo 50 dei Trattati. In assenza di una approvazione all’ultimo minuto dell’accordo di recesso, l’altra opzione è nei fatti un hard Brexit il 29 marzo.

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