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Primo Piano, politica estera: guerra in Libia, il ruolo dell’Italia

La Francia ha prorogato la chiusura delle frontiere con l’Italia per altri sei mesi, perché teme di subire un attentato da parte di jihadisti provenienti dalla Libia. A quanto pare, l’allarme del premier di Tripoli ha sortito i primi effetti. Serraj ha assicurato che ci sarebbero 800 mila profughi pronti a scappare verso l’Italia, tra cui anche militanti dell’Isis. Che siano 800 mila o molti meno, non conta: l’Italia sarebbe comunque disarmata. Trattandosi di persone in fuga dalla guerra, e non di migranti economici, il governo Conte non potrebbe fare altro che concedere accoglienza. Davanti a una simile emergenza, la chiusura delle frontiere, da parte dei Paesi confinanti, lascerebbe l’Italia in balia di una pressione migratoria senza vie di sfogo. Ne consegue che l’Italia ha la massima urgenza di ottenere l’interruzione delle ostilità a Tripoli, ma non la Francia, che non sta facendo niente di concreto per arrestare l’aggressione di Haftar, la cui offensiva ha però subito una battuta d’arresto grazie alla reazione degli assediati. Con una missione riservata a Tripoli, l’Italia ha insistito ieri con il governo libico affinché accetti al più presto un cessate-il-fuoco nella guerra civile esplosa il 4 aprile con la milizia di Khalifa Haftar. Il viaggio è stato chiuso alcune ore prima che la milizia di Haftar nella notte lanciasse una decina di razzi contro due quartieri popolari facendo 4 morti e una decina di feriti fra la popolazione. Conte ha inviato a Tripoli il vicedirettore dell’Aise, Gianni Caravelli che con l’ambasciatore Giuseppe Buccino ha incontrato il presidente Fayez Serraj e il ministro degli Interni Fathi Bishaga. Gli italiani si sono informati sulle condizioni del governo di Tripoli per una tregua immediata. Fonti della Farnesina spiegano che «in queste ore a New York la Gran Bretagna sta presentando una risoluzione che chiede il cessate-il-fuoco immediato: l’Italia ritiene che la cosa da fare sia innanzitutto bloccare la nuova guerra e poi riprendere a trattare a livello politico».

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