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Primo Piano, politica estera: Trump-Kim, fallimento al vertice

Per Donald Trump quelle di mercoledì sull’asse Hanoi-Washington sono state 24 ore da incubo: «Ci sono volte in cui devi alzarti e andartene». Questa immagine e queste parole passano alla storia del vertice di Hanoi, l’occasione fallita per dichiarare la fine della guerra tra Stati Uniti e Nord Corea. Al secondo appuntamento, Donald Trump ha chiesto più di quanto Kim Jong-un fosse disposto a concedere: il loro vertice, a Hanoi, si è chiuso a sorpresa senza un “grand bargain” e senza nemmeno un accordo più ristretto, evidenziando i limiti della diplomazia personale perseguita dal presidente e riaddensando nubi nell’atmosfera dell’Asia orientale. Come hanno spiegato in modo piuttosto chiaro Trump e il suo segretario di Stato Mike Pompeo, le divergenze non sono state colmate sulla tempistica e la portata delle rispettive priorità: Kim voleva una rimozione immediata delle sanzioni internazionali e offriva in cambio l’impegno a smantellare il complesso nucleare di Yongbyon. Gli Usa volevano invece che fosse incluso l’intero programma nucleare di Pyongyang, compreso un impianto per l’arricchimento dell’uranio e altri siti della cui conoscenza da parte americana, secondo Trump, i nordcoreani si sarebbero sorpresi. I critici dell’approccio negoziale della Casa Bianca l’hanno biasimata per aver ignorato una regola basilare della diplomazia, secondo cui non si organizzano vertici fra leader se un accordo di massima non sia già stato raggiunto: il naufragio del summit significa che, dopo tanti presunti fuochi d’artificio, si torna sostanzialmente alla casella di partenza, dopo aver fatto a Kim come minimo il grande favore di elevarne la statura internazionale. Accordo o non accordo, Kim Jong-un e la sua delegazione sono rimasti tranquilli in Vietnam: il dittatore ha sfruttato pure l’occasione per dire la sua, di verità, sul vertice. Al tavolo delle trattative, offrendo di smantellare il proprio reattore nucleare, Kim non ha chiesto all’America di cancellare tutte le sanzioni, solo una parte, cinque pacchetti su 11. Una «proposta realistica», eppure rifiutata. La verità vera starà da qualche parte in mezzo. Ma è la scelta di Pyongyang di parlare al mondo, non solo propaganda interna, che segna una svolta nella storia del regime e della sua consapevolezza di sé.

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