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Primo Piano, politica estera: Usa, attacchi al petrolio

Trump alza la voce, minaccia azioni militari ma prende tempo. Gli Stati Uniti, ha scritto, sono “locked and loaded”, carichi e pronti a dar battaglia, «in attesa di verifiche adeguate». Gli insorti yemeniti Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato gli attentanti di sabato alle raffinerie saudite di Saudi Aramco di Abgaiq e Khurais. Il Pentagono ha diffuso foto satellitari secondo le quali gli attacchi potrebbero essere arrivati da Iran o Iraq, con 19 diversi punti di impatto possibili sia con missili che con droni. Teheran e Baghdad smentiscono. L’attacco intanto agli impianti sauditi ha infiammato i mercati petroliferi: il più grande danno di sempre causato da un singolo evento. Secondo gli analisti di Goldman Sachs se la crisi dovesse continuare le quotazioni del petrolio potrebbero superare presto i 75 dollari al barile. Da ieri gli Stati Uniti hanno iniziato a raccogliere tutte le informazioni che individuano Teheran come responsabile diretto di un attacco che ha tagliato la produzione di greggio saudita da 10 a 5 milioni di barili al giorno. L’analisi delle foto satellitari rivela che la direzione di arrivo dei missili e delle bombe dei droni prevede una rotta di approccio da Nord/Nord-Est verso gli impianti Abqaiq e Khurais. Ovvero dall’Iraq o direttamente dall’Iran. Sarebbero stati utilizzati 20 droni e almeno 10 missili da crociera, un’azione militare che per capacità di raccolta di intelligence, di pianificazione e gestione è alla portata soltanto di un esercito organizzato come potrebbero essere solo i Pasdaran iraniani. Donald Trump fino a qualche ora fa insisteva nella sua politica a doppio binario: “massima pressione” ma anche “porte aperte”, ovvero disponibile a incontrare il presidente iraniano Rouhani all’Onu a New York. A questo punto Trump twitta: «Stiamo attendendo di sentire dal regno saudita chi ritiene sia la causa dell’attacco e in base a quali condizioni procederemo», come se dovesse colpire l’Iran non appena le prove saranno più solide. «Gli attacchi contro gli impianti della Saudi Aramco sono un “Big Bang” nella storia della produzione petrolifera saudita ma non basteranno a scatenare una guerra tra Stati Uniti e Iran». Ne è convinto il francese Gilles Kepel, studioso del mondo arabo e musulmano, direttore della cattedra Moyen-Orient Mediterranée all’École Normale Supérieure di Parigi, secondo il quale in questo momento la sola preoccupazione di Donald Trump è la sua rielezione. «La politica elettorale ha il sopravvento sulla geopolitica americana e un nuovo conflitto smentirebbe uno dei preferiti leitmotiv di Trump, “Get the boys back home”, ossia “Riportiamo a casa i nostri soldati”». Ben si comprende come l’attacco che ha distrutto uno degli impianti petroliferi tra i più complessi su scala planetaria, oltre ad avere avuto immediate ripercussioni sul mercato petrolifero mondiale, ha scosso i già difficili rapporti tra la potenza egemone in quell’aerea centrale perle riserve strategiche.

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