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Primo Piano, politica estera: Venezuela e Papa Francesco

Dal 23 gennaio, quando la «crisi alla moviola» venezuelana ha subito un’inattesa accelerazione con l’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidó, papa Francesco non è rimasto in silenzio. Al contrario, per tre volte è intervenuto sulla spinosa questione, assumendosi il rischio di essere “mal interpretato”. A Panama, al termine dell’Angelus del 27 gennaio, Bergoglio ha chiesto «una soluzione giusta e pacifica per superare la crisi, nel rispetto dei diritti umani e cercando esclusivamente il bene di tutti gli abitanti del Paese». Poche ore dopo, sul volo di ritorno quando, ai giornalisti, ha detto: «Il sangue non è una soluzione (…). Devo essere pastore, di tutti. E se c’è bisogno di aiuto, di comune accordo, lo chiedano. Questa è la strada». Infine, il 5 febbraio, al rientro da Dubai, ha precisato: «La Santa Sede in Venezuela è stata presente nel momento del dialogo (…) E lì è stato `partorito un topolino’: niente, fumo. Adesso, non so, vedrò quella lettera (inviatagli da Nicolás Maduro, ndr), e vedrò cosa si può fare. Ma le condizioni iniziali sono che ambedue le parti lo chiedano. Noi siamo sempre disposti». Nella giornata di ieri c’è stato qualche momento di fibrillazione – e illusione – dopo che Guaidó a Sky Tg24 ha chiesto a «tutti quelli che possono aiutarci, come il Santo Padre», di «collaborare per la fine dell’usurpazione, per un governo di transizione, e a portare a elezioni veramente libere in Venezuela». Di più: il presidente ad interim ha pure invitato «il Papa nel nostro Paese, un Paese molto cattolico». Sembrava potesse essere la svolta, dopo la lettera di Maduro al Vaticano. Ma non sono arrivate richieste formali da Guaidò.

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