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Trump fa retromarcia sulla Russia

Alla fine ha dovuto fare marcia indietro: «Mi sono espresso male, le ingerenze dei russi nelle elezioni ci sono state. Mi fido dei nostri servizi». Il presidente americano Trump ha dunque «accolto», ieri, tornato alla Casa Bianca, le conclusioni delle agenzie federali che hanno indagato sulle presidenziali del 2016. Il fuoco «amico» lo aveva in effetti messo con le spalle al muro. I leader del partito repubblicano erano subito usciti allo scoperto. Non c’era altro modo per provare a gestire politicamente lo sdegno, il furore suscitati dallo «shock di Helsinld» anche tra conservatori e smarcarsi dalla rabbiosa offensiva dei democratici. Trump ha fatto a pezzi la reputazione dell’Fbi con poche frasi: «L’inchiesta sul Russiagate è un disastro per il Paese»; «perché mai la Russia avrebbe dovuto interferire nelle elezioni americane?», anche se ora dice di aver solo «sbagliato a parlare ». Ma era in mondovisione e al fianco di Vladimir Putin, il leader che i servizi segreti e il Congresso, senza distinzioni di partito, considerano la «minaccia numero uno per il Paese». Tra le critiche, la sferzata più dura è forse spettata all’ex presidente democratico Barack Obama, dal Sudafrica: è uscito allo scoperto da un autoimposto esilio politico con un discorso in difesa della democrazia e contro la “strongman politics”, degli uomini forti, dei leader autoritari che sposano la politica delle menzogne, della paura, del rancore. La polemica era scoppiata sull’accettazione supina dei dinieghi di Putin alle intrusioni elettorali, come sull’incapacità di affrontare nodi irrisolti dall’Ucraina alla Siria al disarmo. Realtà che hanno strappato il velo di un incontro definito da Trump «molto produttivo». Che si è semmai caricata di simboli ancor più inquietanti con il passare delle ore: il New York Times ha evidenziato quel pallone dei Mondiali consegnato da Putin a Trump con un messaggio sibillino. La palla è nel tuo campo, rinfacciandogli un’espressione cara ai collaboratori della Casa Bianca che sostenevano fosse invece Mosca a dover dar prova di umiltà e cooperazione. Se però il vertice con Putin è stato generalmente considerato un fiasco, più azzardato è ipotizzarne le vere conseguenze. La politica estera di America First rimane un enigma aggravato dagli umori personali di un presidente che teme ovunque cospirazioni per delegittimarlo.

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